Rimarrà di certo uno degli eventi più attesi, discussi e criticati di questo 2017 (e non solo). Stiamo parlando di “Breaking2”, iniziativa realizzata da Nike con l’obiettivo di abbattere il muro apparentemente invalicabile delle 2 ore sui 42,125 km, vale a dire la distanza della maratona. Per la cronaca, ricordiamo che il primato ufficiale apparteneva al keniota Dennis Kipruto Kimetto (atleta adidas…) con il tempo di 2h02’57”, ottenuto alla maratona di Berlino nel 2014. In realtà per molti Kimetto è ancora l’attuale detentore del record, nonostante lo scorso 6 maggio un altro suo connazionale abbia corso decisamente più forte di lui quella medesima distanza. Ve ne parleremo con dovizie di dettagli e curiosità in un articolo sul prossimo numero. Ma troppo “succosa” era l’occasione di anticiparvi qualche spunto in questo articolo.

Per chi appunto ancora non lo sapesse, la grande sfida mondiale lanciata da Nike è andata in scena proprio in Italia, precisamente sulla pista dell’Autodromo di Monza. Un’iniziativa in grande stile, preceduta e accompagnata da una studiata e abile campagna promozionale che ha generato notevole interesse sui vari media, specializzati e non, nonché su web e social network. Del resto si sa, quando si parla di grandi imprese sportive e addirittura di superamento di limiti umani che parevano quasi invalicabili, l’interesse non può certo mancare. Con il rischio che chiunque si senta in dovere e in diritto di dire la propria. Tra luoghi comuni, frasi fatte e inappellabili sentenze “sputate” senza aver magari minimamente approfondito i termini della questione.

Senza avere la presunzione di essere depositari della verità, alcune cose “certe” possiamo senz’altro dirvele. Innanzitutto perché all’evento noi c’eravamo.

Insieme a un numero molto ristretto di spettatori, composti per lo più da dipendenti Nike da tutto il mondo, selezionati giornalisti, qualche vip e un nutrito staff di persone che ha lavorato all’iniziativa. Per tutti la sveglia è suonata molto presto sabato 6 maggio: l’appuntamento era dalle 4.00 di notte per accedere al celebre circuito automobilistico, dove la partenza della grande impresa era fissata alle 5.45 per sfruttare le condizioni atmosferiche ottimali. Protagonisti 3 top atleti della scuderia Nike: l’etiope Lelisa Desisa (primo a Boston nel 2013 e 2015), l’eritreo Zersenay Tadese (recordman mondiale sulla mezza maratona con 58’23”) e il keniota Eliud Kipchoge (campione olimpico di maratona a Rio 2016). Tutti partiti con l’obiettivo di “rompere” la barriera delle 2 ore, senza però riuscirci. Ma Kipchoge ha sfiorato di un soffio l’obiettivo con un incredibile 2h00’25’.

Tutti pronti a celebrarlo e festeggiarlo? Tutt’altro… esplodono infatti le polemiche sui media ufficiali e i social network, c’è chi parla di maratona di plastica, artificiale, in provetta, “roba da criceti” o pura operazione di marketing, adombrando anche il sospetto del doping. Da quel che abbiamo appreso, sono in realtà stati effettuati dei controlli antidoping ufficiali alla fine della corsa. Certo, come del resto ci si aspettava, l’impresa non è stata omologata dalla IAAF e non può quindi essere considerata come record del mondo di maratona. Non tanto per il percorso (certificato), le scarpe e l’abbigliamento (approvati), quanto per la presenza di circa 30 pacer che si sono alternati a gruppi di 6 per tenere alto il ritmo, i rifornimenti a comando e tramite le bici, nonché l’auto apripista in posizione troppo ravvicinata e senza giudice a bordo (dettaglio di cui nessuno ha parlato).

Non sono mancate anche prese di posizione da parte di noti esponenti del mondo running, tra le quali riportiamo alcune frasi tratte da un’intervista rilasciate a “La Stampa” da Gelindo Bordin: “Non resta un record perché non lo è, sotto nessun punto di vista, resta la prestazione perché per andare a quei ritmi le gambe devi farle girare, però fatico a prendere sul serio quel cronometro. Non è maratona. Chiamiamola in un altro modo. Lo sport ha bisogno di personaggi, di eroi e così è tutto un calcolo. L’opposto di quel che dovrebbe essere. Alterare i limiti artificialmente è triste”. Come detto, torneremo sulla questione con ulteriori analisi, dettagli e punti di vista. Di certo, pur fallendo il suo obiettivo dichiarato e rimanendo in effetti difficilmente catalogabile, Breaking2, oltre a svariate polemiche, ha regalato grandi emozioni, un’impresa sportiva che rimarrà nella storia, una notevole visibilità e una potente “scossa futuristica” per il mondo running, un po’ troppo spesso abitudinario e statico. Infine, grazie anche alla presenza di big dell’atletica come Carl Lewis e Paula Radcliffe, è stato anche e soprattutto un notevole show. Del quale tutti parlano…

Il Direttore editoriale

Benedetto Sironi