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“Volevo solo correre e invece sulla mia strada non faccio che incontrare storie”. Il mondo del running visto da un’angolazione nuova, poetica, lontano dall’ossessione delle performance e dei record. In Italia ci sono 6 milioni di persone che, più o meno abitualmente praticano la corsa. “Non ci resta che correre” (Rizzoli), il primo libro di Biagio D’Angelo, messinese che vive a Milano, parla di loro, di questa strana tribù in perenne movimento. I runner si incrociano al mattino presto, in pausa pranzo, o alla sera. O il sabato e la domenica mentre affollano parchi, strade di periferia, argini di fiumi e strade di campagna. O ancora ai nastri di partenza di una maratona. Il libro racconta di questo mondo, di un’Italia fatta di città e paesi di provincia, un’Italia vista da una prospettiva insolita, quella di attraversa le sue strade correndo: dalle periferie milanesi alla Sicilia, dalle montagne dell’Alto Adige alla Brianza, attraverso personaggi insoliti e curiosi: il prete corridore, la ragazza che corre le maratone in compagnia del suo amato dalmata, e quello che, pur senza una gamba, decide di iscriversi a una maratona armato solo delle sue stampelle e di tanto coraggio, solo per citarne alcuni.

In tutto il libro, attraverso la voce del protagonista, alle prese con lo scetticismo di un figlio di 10 anni che lo snobba non considerandolo all’altezza di Bolt o dei grandi atleti keniani, si incrociano le vicende di personaggi reali e di fantasia, in un racconto di volta in volta appassionato e commovente.

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