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“Mi auto definisco runner ma non lo sono dal punto di vista competitivo e professionale, e poi continua abbassando la voce: “Correre non è uno sport vero e proprio…”. A parlare è Jim Weber, amministratore delegato di Brooks

C’è un punto a favore di quello che dice Weber: ogni anno 19 milioni di americani partecipano alle corse su strada organizzate, ma la maggior parte di loro non è in competizione per vincere nulla. Circa 28 milioni in più corrono regolarmente ma non gareggiano. “Nessuno ricorda chi ha vinto la maratona olimpica e che scarpe indossava”, dice Weber. Quindi Brooks, l’azienda centenaria con sede a Seattle che produce solo scarpe e abbigliamento per la corsa, per convincere quei 47 milioni di persone a spendere da $ 100 a $ 180 per un paio di scarpe, deve prima capire perché corrono. “La risposta è quasi sempre personale”, afferma Weber. “Quando le persone corrono, lo fanno per se stesse”.

Brooks vende scarpe in più di 60 paesi, è uno dei top brand  nei negozi specializzati e ha prodotto la prima o la seconda scarpa più utilizzata alla maratona di Boston negli ultimi quattro anni. Alle prove per la  maratona olimpica del 2016, gli atleti che utilizzavano Brooks erano di numero maggiore rispetto qualsiasi altra marca. “Nike era seconda!”, rileva Weber.

Da Strava è stato rilevato che, se un sesto dei runner che corrono più di 30 miglia a settimana indossano scarpe Brooks, solo il 3% di quelli che corrono meno di 10 miglia a settimana le usa. Di conseguenza, le vendite sono state messe a confronto non solo con quelle di Nike, ma anche con quelle degli altri marchi.

Weber è però fermamente intenzionato ad aumentare il market share del brand. Nei prossimi anni, pensa che Brooks possa diventare un marchio da $ 1 miliardo, sostanzialmente raddoppiando le sue entrate. Secondo la sua visione basta capire meglio un cliente più complesso del runner tradizionale: il runner che “non ama” correre.

Fonte: Bloomberg.com