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15 Ottobre 2020

Non era nei progetti autunnali, poi la cancellazione per incendio della Kodiak 100 (160 km sulle montagne della California) fa rivedere tutti i piani agonistici Michele Graglia, l’ultra runner ligure che vive negli USA.

Così Michele, con un intuitivo e forse anche un pò “incosciente” colpo di coda s’iscrive alla Moab 240 che si svolge nel deserto nel sud dello Utah.

Partenza, scaglionata e con buff-mascherina obbligatorio per il primo miglio, che è ancora notte di venerdì 9 ottobre, 390km di stradine sterrate e sentieri sdrucciolevoli sotto un sole cocente, poi un primo tramonto con i colori del deserto che s’incendiano.

Una notte fredda ma sopportabile e Michele (team La Sportiva) mantiene un ritmo molto alto per staccare il più possibile gli altri 199 atleti ammessi alla gara.

credit_Billy Yang

Non dorme mai e fa solo pit-stop necessari per mangiare e cambiare abbigliamento a seconda delle temperature. Dietro di lui sembra tenergli testa, a debita distanza, solo l’ex Navy SEAL, ora forte ultra runner e conosciutissimo mental coach David Goggins, gli altri hanno già parecchie miglia di distacco. Seconda alba e seconda giornata di fuoco (+35°) per la desert run più dura del mondo.

L’ex fotomodello, ora solo dedito al running estremo, continua a spingere come se avesse un puma che lo insegue, e l’ex corpo speciale dell’esercito americano fa altrettanto come se il puma fosse lui.

Dopo alcuni saliscendi impegnativi, verso il chilometro 200, dopo l’attraversamento della statale 46, lo stesso numero di gara di Graglia se non che l’inconfondibile icona di Valentino Rossi, il sentiero incomincia a salire sul serio.

credit_Ashley Andersen

Michele sale in una notte super fredda (fino a -5°), dove nei paraggi delle due cime maggiori, entrambi oltre i 3200 metri di quota, incomincia ad esserci la prima neve. Sale forte e incrementa il vantaggio su Goggins, poi, a “soli” 50km all’arrivo, un piccolo improvviso bruciore al tendine d’Achille, con conseguente infiammazione che chiederebbe lo stop immediato dell’attività in corso.

Ovviamente Michele non ci pensa nemmeno a fermarsi e con uno sforzo nello sforzo, zoppicando e rallentando vistosamente, conclude la prova a braccia al cielo. All’arrivo, l’inconfondibile sorriso a splendere incastonato nel suo bel viso, ora logicamente tirato e stanco, è l’immagine consacratoria per un ragazzo di 37 anni che ha mollato lo spregiudicato e vizioso mondo dorato dell’alta moda per dedicarsi anima e corpo a quello veramente duro dell’ultra running.

Un successo il suo, che fa bene a tutti, sportivi e non, italiani e non, e poi pazienza se David Goggins, secondo all’arrivo a oltre un ora e mezza di distacco, è arrivato un pò accigliato. Queste sono le regole del gioco, le regole dello sport, specie di quello duro, vince sempre il più forte, e oggi, nel magnifico quanto inospitale deserto che circonda la bella Moab, ha vinto un italiano, uno dei migliori ultra runner del mondo.

testo: Dino Bonelli

foto in apertura e cover credit_Ashley Andersen

credit_Ashley Andersen