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Arrivano dall’Health Protection Surveillance Center (HPSC) di Dublino i dati che stanno dando una nuova chiave di lettura al modo di vivere l’outdoor in epoca Covid.Il centro che ha il compito di monitorare la diffusione del Coronavirus in Irlanda e l’origine dei focolai, infatti, ha dichiarato che solo un caso su 1.000 è riconducibile alla trasmissione all’aperto.

A rendere nota questa notizia è stato l’Irish Time. Sembrerebbe infatti, stando all’articolo, che in Irlanda ci sono stati 42 focolai associati a raduni all’aperto di cui 21 si sono verificati nei cantieri edili e 20 durante attività sportive e fitness, con al suo interno 131 casi e uno era di origine familiare con sette casi.

Lo stesso ente aggiunge anche che, per alcuni di questi focolai, non è possibile determinare con certezza “dove è avvenuta la trasmissione”. Va inoltre sottolineato che nel 20% dei casi totali non si sa né in quali luoghi né con quali modalità sia avvenuto il contagio. Quindi è difficile trarre delle conclusioni troppo categoriche sull’argomento, ma di sicuro resta la domanda: ha senso sconsigliare (o impedire) alla persone di frequentare parchi e spiagge?

Sul tema ci sono vari studi (non tutti attendibili), ma in generale è assodato che i luoghi chiusi ci espongono a un rischio molto più elevato. Il Corriere della Sera riporta alcuni esempi, come lo studio realizzato in Cina all’inizio della pandemia che aveva dato risultati analoghi: dall’analisi dei dati su 1.245 casi registrati tra il 4 gennaio e l’11 febbraio 2020 in 320 comuni si era scoperto che su 318 focolai con almeno tre casi, nessuno era riconducibile a un’infezione avvenuta all’esterno e solo due persone su 1.245 sarebbero state contagiate in un luogo non chiuso.

In un’altra indagine realizzata da ricercatori dell’Università della California e pubblicato sul Journal of Infectious Diseases viene tuttavia fatto presente che il dato potrebbe essere influenzato dalle restrizioni imposte dal governo cinese.

Uno studio giapponese evidenzia che le probabilità di trasmissione del virus in un ambiente chiuso sono 18,7 volte superiori rispetto ad un luogo all’aperto. I ricercatori californiani spiegano che l’eterogeneità nella qualità delle ricerche fin qui svolte e nelle definizioni stesse di ambiente esterno non permettono di determinare con precisione quanto e in che misura i luoghi outdoor siano sicuri.

Le evidenze scientifiche ormai hanno reso noto di come sia la distanza tra le persone la vera variabile da considerare in termini di rischi di infezione. I droplets, ovvero le goccioline più grandi emesse parlando, respirando e urlando, cadono entro 50 centimetri. L’aerosol, che sono le goccioline più piccole emesse con le stesse modalità ma destinate a evaporare, si dissolvono entro un metro e mezzo. Con una distanza tale, anche senza mascherina, il rischio di contagio è trascurabile. Stando allo studio dunque, molte attività potrebbero essere svolte senza pericoli e luoghi come le spiagge e la montagna rappresentano il posto più sicuro in cui si ci si può trovare in una pandemia.

Zeynep Tufekci, sociologa e docente presso la School of Information and Library Science dell’Università del North Carolina, insiste da tempo sul fatto che la comunicazione sui rischi del contagio sia stata fuorviante.

Sempre secondo una dichiarazione riportata dal Corriere del virologo Fabrizio Pregliasco: “Indossare la mascherina sempre è da considerarsi un’abitudine sociale, un fatto educativo, uno stile che garantisce uno standard alto di attenzione. Ci consideriamo tutti potenzialmente infetti e con la mascherina garantiamo la protezione agli altri”.